Persone

Il tuo manager più bravo è probabilmente il tuo problema più grande

Di Nicolò Molfetta · Analista Aziendale OSM

C'è una convinzione che quasi tutti gli imprenditori portano avanti senza mai metterla in discussione: se vuoi che un reparto funzioni, ci devi mettere a capo la persona più brava tecnicamente. Quella che sa risolvere i problemi più velocemente, che «se lo fai tu viene meglio», quella a cui tutti si rivolgono quando le cose si complicano.

È un'idea talmente ovvia che sembra quasi stupido metterla in dubbio. Eppure è esattamente questa convinzione a creare, in moltissime PMI, reparti che non crescono mai, persone che restano bloccate a livelli infantili di autonomia, e imprenditori esausti che si chiedono perché, nonostante abbiano «il migliore» a gestire il team, tutto continui a passare dalle loro mani.

Il punto non è che la competenza tecnica non serva. Serve, eccome. Ma è una condizione necessaria, non sufficiente — e soprattutto non è il vero lavoro di chi guida un gruppo di persone. Il vero lavoro, quello che separa chi fa crescere un'azienda da chi la tiene in scacco senza accorgersene, è un altro: far sì che il lavoro venga fatto dagli altri, non farlo al posto loro.

Detta così sembra banale. Ma se ci pensi bene, è quasi l'opposto di ciò che facciamo istintivamente ogni giorno.

Il riflesso che sabota chi gestisce persone

Immagina questa scena, comunissima in ogni piccola e media impresa: un collaboratore si blocca su un compito, non sa come procedere, o lo esegue in un modo che al responsabile non piace. Cosa fa la maggior parte dei responsabili? Si siede, prende in mano la situazione, e la risolve lui. In dieci minuti è fatto, bene, senza intoppi.

Sembra efficienza. È il contrario.

Ogni volta che chi guida un team si sostituisce a un collaboratore per «fare prima e fare meglio», sta insegnando — senza volerlo — che non serve pensare, non serve decidere, non serve assumersi responsabilità: basta aspettare che arrivi qualcuno più capace a sistemare le cose. Con il tempo, quella persona smette di provare a risolvere da sola. Perché dovrebbe? Tanto poi arriva il capo e rifà tutto.

Questo meccanismo produce un fenomeno che in molte aziende viene scambiato per «il team non è all'altezza», quando in realtà è l'esatto risultato di come il team è stato trattato: persone che vagano senza sapere bene cosa fare, che interrompono continuamente gli altri per chiedere conferme, oppure — all'estremo opposto — persone sempre più stanche, che si sentono private di ogni responsabilità reale e finiscono per andarsene, magari proprio quelle più valide.

Il vero errore non è fare troppo poco. È fare troppo

Qui arriva la parte controintuitiva vera e propria: quasi nessun imprenditore pensa che il problema del proprio responsabile sia «fa troppe cose». Si tende a pensare il contrario: «se solo si desse più da fare», «se solo controllasse di più», «se solo si occupasse personalmente di quella cosa che è andata storta».

Ma un responsabile che si occupa in prima persona di troppe attività — anche fatte con le migliori intenzioni — crea un buco nero attorno a sé. Più lui fa, meno gli altri devono fare. Più lui decide, meno gli altri imparano a decidere. Il risultato, prevedibile e quasi matematico, è un reparto che dipende in tutto e per tutto da una sola testa: quando quella testa è occupata, sovraccarica, in ferie o semplicemente stanca, tutto rallenta o si ferma.

C'è una variante ancora più subdola dello stesso errore, ed è quella che fa più danni nel lungo periodo: il responsabile lascia formalmente il compito al collaboratore, ma si tiene per sé tutte le decisioni importanti che riguardano quel compito. Il collaboratore esegue, ma non decide mai nulla di significativo. Fa la parte noiosa, meccanica, ripetitiva — mentre ogni scelta reale passa comunque dal capo.

Il risultato? Una persona che, sulla carta, «gestisce» qualcosa, ma nella pratica non si sente mai davvero responsabile di nulla. E chi non si sente responsabile, smette di comportarsi in modo responsabile. Non per pigrizia: per pura logica. Perché dovrebbe preoccuparsi di un risultato su cui non ha mai avuto reale potere decisionale?

Cosa succede quando nessuno guarda davvero come si lavora

C'è un altro dettaglio che passa quasi sempre inosservato: un responsabile che non fa realmente il proprio lavoro — cioè che non osserva, non analizza, non capisce cosa succede davvero sul campo — non ha idea di chi, nel suo team, sia sovraccarico e chi invece abbia troppo poco da fare.

Chi ha poco lavoro comincia a girare per l'ufficio, interrompe i colleghi, si crea occupazioni artificiali, genera rumore di fondo. Chi invece è sepolto di responsabilità diventa via via più apatico, meno reattivo, fino al giorno in cui semplicemente se ne va — spesso lasciando tutti sorpresi, quando in realtà i segnali c'erano da mesi.

La soluzione a questo squilibrio, per quanto controintuitiva, non è mai «il capo si prende in carico un pezzo del lavoro in più per alleggerire chi è oberato». Quella è la trappola in cui cadono quasi tutti. La vera soluzione è dividere la funzione e inserire un'altra persona — o ridistribuire davvero i carichi tra chi c'è già. Il capo che «dà una mano» prendendosi compiti operativi non sta risolvendo il problema: lo sta solo spostando su di sé, aggravandolo.

Cosa fa davvero chi guida un team che funziona

C'è un'immagine molto concreta, quasi fisica, che descrive bene la differenza tra chi gestisce bene le persone e chi no: chi gestisce bene non convoca le persone nel proprio ufficio per spiegare cosa fare. Va lui, di persona, nel posto dove il lavoro accade davvero. Guarda gli strumenti che vengono usati, i materiali, le informazioni disponibili, lo stato d'animo delle persone mentre lavorano.

E quando osserva con pazienza, spesso scopre qualcosa di sorprendente: la maggior parte dei problemi di performance non nasce da incapacità, ma da confusione. La persona non ha mai davvero capito, in modo chiaro e completo, cosa ci si aspetta da lei, perché quella funzione esiste, quali risultati concreti deve produrre. Oppure — ed è ancora più comune — sta portando avanti solo una parte del proprio ruolo, quella che le riesce meglio o le viene richiesta con più urgenza, lasciando scoperto il resto.

Ecco perché la quantità di spiegazioni necessarie per rendere una persona davvero autonoma nel proprio ruolo è enormemente superiore a quanto la maggior parte dei responsabili immagini. C'è quasi un istinto umano a complicare ciò che in realtà è semplice. Per questo, ogni volta che c'è bisogno di correggere o formare qualcuno, conviene tornare ai fondamentali: a cosa serve questo ruolo, cosa deve produrre concretamente, con quali criteri si valuta se il lavoro è fatto bene.

E qui c'è forse il punto più importante di tutti, quello che ribalta davvero la prospettiva: il compito di chi guida non è prendere le decisioni al posto delle persone. È mostrare loro con quali criteri si arriva a una decisione. È una differenza enorme. Nel primo caso, formi persone che eseguono. Nel secondo, formi persone che pensano — e che, col tempo, iniziano davvero a rispondere del proprio lavoro, perché quel lavoro è realmente loro.

L'unico vero errore possibile

Tutto questo porta a una conclusione che sembra dura, ma è in realtà liberatoria: l'unico modo in cui chi guida un team può davvero sbagliare, non è delegare troppo o troppo poco su un singolo compito — è aver scelto male la persona a cui affidare quella funzione. Se dopo giorni di lavoro paziente, spiegazioni chiare e osservazione diretta una persona non riesce comunque a portare avanti in autonomia il proprio ruolo, il problema non si risolve tenendola sotto controllo per sempre: si risolve trovando la persona giusta per quel ruolo.

Guidare persone in modo che il lavoro venga fatto — e fatto bene — senza doverlo fare tu stesso, è probabilmente una delle competenze più difficili da sviluppare in assoluto. Molto più difficile della competenza tecnica che spesso viene usata come unico criterio per promuovere qualcuno a un ruolo di responsabilità.

Facciamo il punto sulla tua situazione

Se leggendo questo articolo hai riconosciuto qualcosa che accade nella tua azienda — responsabili che risolvono tutto in prima persona, collaboratori che non decidono mai nulla di davvero significativo, reparti che sembrano funzionare solo finché una persona specifica è presente — probabilmente non è un problema di persone sbagliate, ma di un sistema di gestione che va ridisegnato. Individuare dove intervenire per primo, e con quale metodo, fa la differenza tra un'azienda che continua a dipendere da poche teste e una che cresce davvero. Se vuoi capire a che punto sei e quali sono i passi concreti da fare, possiamo parlarne in una consulenza gratuita.

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