Persone

Hai assunto le persone giuste. Allora perché rendono come quelle sbagliate?

Di Nicolò Molfetta · Analista Aziendale OSM

C'è una domanda che quasi nessun imprenditore si fa, perché sembra fuori luogo, quasi ingenua: «Chi ha scelto io per lavorare qui, oggi, sta dando davvero il massimo di cui è capace?»

Di solito ci si ferma un gradino prima. Ci si chiede se quella persona sia competente, se abbia l'esperienza giusta, se il curriculum regga il confronto con il mercato. Sono tutte domande legittime, ma partono da un presupposto sbagliato: che il rendimento di una persona sia una caratteristica fissa, come l'altezza o il colore degli occhi. Si assume, cioè, che chi è bravo lo sia sempre e ovunque, e chi non lo è, semplicemente, non lo sia mai stato.

La realtà, se hai gestito persone per più di qualche anno, la conosci già a livello intuitivo: la stessa identica persona può essere mediocre in un contesto e straordinaria in un altro. Non perché cambino le sue competenze da un giorno all'altro, ma perché cambia qualcosa di molto più sottile e molto meno misurabile: il clima psicologico in cui quella competenza viene chiamata in causa.

Il rendimento non è una dote. È una reazione chimica

Immagina il rendimento di una persona non come un dato fisso scritto nel suo DNA professionale, ma come il risultato di una combinazione. Da una parte c'è la capacità reale, quella che si è costruita con studio ed esperienza. Dall'altra c'è un ingrediente molto meno discusso nelle riunioni di direzione: il tipo di considerazione che quella persona riceve ogni giorno da chi le sta intorno.

Quando questo secondo ingrediente è di qualità — quando una persona si sente creduta, stimata, presa sul serio anche quando sbaglia — la capacità reale viene fuori, a volte addirittura amplificata oltre quello che ci si aspetterebbe. Quando invece l'ingrediente è avvelenato da sospetto, giudizio costante, sottolineatura sistematica degli errori, la stessa identica capacità si blocca. Non sparisce: si nasconde. E chi osserva dall'esterno, senza sapere cosa succede dentro, conclude semplicemente: «Questa persona non è portata.»

È un errore di attribuzione enorme, e costa caro. Perché porta a un ciclo che si autoalimenta: si assume una persona valida, la si mette in un ambiente dove viene costantemente messa in discussione — magari con le migliori intenzioni, «per tenerla sul pezzo» — quella persona inizia a rendere meno, l'ambiente si convince di aver avuto ragione a diffidare di lei fin dall'inizio, aumenta il controllo e la critica, il rendimento scende ancora. Alla fine la si sostituisce, convinti di aver fatto una scelta di selezione sbagliata. E si ricomincia daccapo con la persona successiva, ripetendo lo stesso schema.

Il costo nascosto che nessun bilancio registra

Qui arriva il punto controintuitivo che vale la pena fermarsi a considerare: molti imprenditori investono cifre importanti in formazione tecnica, in corsi di aggiornamento, in strumenti e software, convinti che il rendimento del team sia un problema di competenze da colmare. E in una certa percentuale di casi hanno ragione. Ma in una percentuale molto più alta di quanto si pensi, il collo di bottiglia non è lì. È nel modo in cui, giorno dopo giorno, in riunione, via chat, durante una revisione di lavoro, viene comunicato a quella persona quanto ci si fidi di lei.

Non stiamo parlando di buonismo o di evitare il confronto sui risultati. Un imprenditore serio deve poter dire con chiarezza quando qualcosa non va. La differenza sottile — ma decisiva — è tra chi corregge un errore partendo dal presupposto «sei capace, oggi hai sbagliato» e chi lo fa partendo dal presupposto implicito «in fondo lo sapevo che non ce l'avresti fatta». Il contenuto della frase può essere identico. L'effetto sulla persona che la riceve è opposto.

Le persone percepiscono con precisione chirurgica quale dei due presupposti sta dietro alle parole di chi le guida, anche quando quel presupposto non viene mai detto esplicitamente. E si comportano di conseguenza, spesso senza rendersene conto nemmeno loro.

Perché questo riguarda te, non solo i tuoi collaboratori

C'è un secondo livello, ancora più scomodo da guardare in faccia per chi guida un'azienda: lo stesso meccanismo vale per te. Anche il tuo rendimento come imprenditore — la lucidità con cui prendi decisioni, il coraggio con cui affronti un rischio, la capacità di reggere un periodo difficile senza crollare — dipende in parte da chi hai intorno.

Se ti sei circondato, per abitudine o per caso, di persone (soci, consulenti, familiari, perfino amici) che ogni volta che proponi qualcosa di nuovo trovano dieci ragioni per cui non funzionerà, stai respirando ossigeno viziato senza accorgertene. Non parliamo di persone che ti dicono sempre di sì — quello è un problema opposto, altrettanto grave. Parliamo di persone il cui riflesso automatico, di fronte a qualsiasi tua iniziativa, è cercare prima il difetto piuttosto che il potenziale.

Molti imprenditori di PMI passano anni a chiedersi perché, pur avendo idee valide e mercato disponibile, non riescano a fare il salto dimensionale che intuiscono possibile. Guardano al prodotto, al prezzo, alla concorrenza. Raramente guardano a chi siedono al tavolo delle proprie decisioni quotidiane, e a che tipo di segnale ricevono da loro ogni singolo giorno.

Cosa puoi effettivamente controllare, a partire da oggi

La buona notizia è che, a differenza delle competenze tecniche — che richiedono tempo, corsi, esperienza sul campo — il clima di fiducia che circola in un'azienda è qualcosa che si può ridisegnare molto più rapidamente, perché dipende in gran parte da scelte concrete e da abitudini comunicative, non da doti innate.

Un primo passo, semplice ma spesso trascurato, è osservare per una settimana il rapporto tra i momenti in cui riconosci qualcosa di positivo a un collaboratore e i momenti in cui segnali un errore. Nella maggior parte delle organizzazioni, senza che nessuno l'abbia deciso consapevolmente, il secondo tipo di comunicazione supera di gran lunga il primo. Non perché manchino i successi da riconoscere, ma perché l'errore attira l'attenzione in modo automatico, mentre il lavoro fatto bene viene dato per scontato.

Un secondo passo è chiedersi, prima di dare un feedback critico, quale presupposto di fondo si sta comunicando insieme al contenuto: «sei capace e oggi è andata male» oppure «confermi quello che pensavo di te». La differenza nel tono, nelle parole scelte, nel linguaggio del corpo, arriva sempre a destinazione, anche quando non viene mai pronunciata esplicitamente.

Un terzo passo, forse il più difficile perché riguarda te in prima persona, è fare lo stesso esercizio con le persone che hai scelto di avere vicino nella gestione dell'azienda. Chi, tra i tuoi collaboratori più stretti o consulenti, ti restituisce energia quando ne parli o presenti un progetto? E chi, sistematicamente, te la sottrae? Non si tratta di allontanare chi porta critiche costruttive — quelle sono preziose. Si tratta di distinguerle da chi, dietro un tono apparentemente ragionevole, comunica sfiducia cronica in ogni cosa che intraprendi.

Facciamo il punto sulla tua situazione

Individuare da soli dove si annidano questi meccanismi dentro la propria azienda è possibile, ma richiede uno sguardo esterno che non sia condizionato dalle stesse dinamiche relazionali che si vogliono osservare. Chi vive ogni giorno dentro un'organizzazione fatica a vedere con chiarezza i pattern comunicativi che la attraversano, semplicemente perché ne fa parte. Un confronto strutturato con chi si occupa professionalmente di crescita organizzativa e sviluppo del potenziale delle persone può aiutarti a mappare con precisione dove, nella tua azienda, il carburante che circola sta spegnendo motori che potrebbero invece correre. Se vuoi iniziare a vederci chiaro, il primo passo è una conversazione, senza impegno, per fare il punto sulla tua situazione specifica.

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