Persone

Il collega che ti manda in crisi non è il problema. Il problema è il patto che hai firmato con lui

Di Nicolò Molfetta · Analista Aziendale OSM

C'è una convinzione che gira in quasi tutte le PMI italiane, ripetuta come un mantra da imprenditori esausti: «Ho un collaboratore tossico, devo solo trovare il modo di licenziarlo o di motivarlo meglio.»

È una frase che sembra ragionevole. Ed è quasi completamente sbagliata.

Perché sposta l'attenzione nel posto sbagliato. Il vero nodo non è la persona difficile. È l'accordo silenzioso, mai scritto ma perfettamente reale, che l'imprenditore ha stretto con lei. Un accordo che suona più o meno così: «Tu continui a comportarti male, io continuo a fingere di non vedere, perché in cambio ottengo qualcosa che mi serve — fatturato, competenza tecnica, tranquillità nel breve termine.»

Non è una vittima dell'imprenditore. È un socio in affari con un contratto non firmato.

Il baratto che nessuno ammette di aver fatto

Prova a pensare all'ultima volta che hai chiuso un occhio su un comportamento scorretto in azienda. Probabilmente non l'hai fatto per debolezza. L'hai fatto per calcolo, anche se non l'hai chiamato così nella tua testa.

«È negativo con tutti, ma porta risultati e non ho un sostituto.» «Demotiva il reparto, ma è l'unico che sa far funzionare quel macchinario.» Ogni volta che pronunci una frase così, non stai descrivendo un problema che subisci. Stai negoziando un compromesso che scegli.

E qui arriva il ribaltamento: ogni compromesso di questo tipo non è gratis. Ha un prezzo, e il prezzo lo paghi tu, non il collaboratore. Ogni volta che accetti il baratto, la tua motivazione verso l'obiettivo più grande dell'azienda si abbassa di un grado. Non te ne accorgi subito. Ma sommati nel tempo, questi compromessi spiegano perché tanti imprenditori dopo anni si ritrovano stanchi, cinici, convinti che «le persone valide non esistano più».

Non è vero che non esistono. È che hai smesso di cercarle, perché hai già barattato la loro necessità con qualcuno che era disponibile subito.

Chi sono davvero quelli che frenano l'azienda

Non tutti i collaboratori con cui hai problemi sono uguali, ma la buona notizia è che è possibile individuarli con un esercizio molto semplice e concreto, invece di affidarsi alla sensazione di pancia.

Scrivi su un foglio tutte le emergenze, gli incendi, i casini gestiti negli ultimi tre mesi in azienda. Accanto a ciascuno, annota chi era coinvolto più da vicino. Poi, su un secondo foglio, elenca le cose che ti tolgono il sonno riguardo alla tua azienda in questo momento — le vere preoccupazioni, non i fastidi superficiali — e collega anche queste a nomi precisi.

Confronta le due liste. I nomi che ricorrono in entrambe non sono «persone difficili da gestire». Sono il punto in cui la tua energia si sta perdendo, mese dopo mese.

Statisticamente, si tratta di una minoranza: parliamo di una fascia che va dal 3 all'8% delle persone in azienda che con ogni probabilità non ha alcuna intenzione di allinearsi, qualunque cosa tu faccia. Il resto del gruppo «difficile» — che può arrivare a pesare fino a un quinto della popolazione aziendale mentre genera la maggioranza dei problemi — è in realtà recuperabile, se affrontato nel modo giusto.

E c'è un dettaglio che quasi nessun imprenditore considera: più una di queste persone occupa una posizione vicina al vertice dell'organigramma, più il danno che produce è sproporzionato rispetto al suo numero. Un solo responsabile scorretto o demotivante pesa quanto dieci operativi problematici, perché il suo comportamento si moltiplica su tutti quelli sotto di lui.

Perché «motivarli di più» quasi mai funziona

Ecco un altro luogo comune da smontare: l'idea che basti un colloquio motivazionale, un corso, un incentivo economico per raddrizzare chi sta remando contro.

Su questo tipo di persone, la motivazione funziona raramente. Non perché siano irrecuperabili in assoluto, ma perché il problema non è la mancanza di stimoli: è la mancanza di condivisione dell'obiettivo. Puoi motivare qualcuno a fare meglio qualcosa che vuole fare. Non puoi motivare qualcuno a volere una cosa che non vuole.

Prima di qualsiasi intervento, quindi, la domanda da farsi non è «come lo motivo?» ma «questa persona condivide davvero la direzione in cui sto portando l'azienda, oppure no?». Se la risposta onesta è no, ogni sforzo di recupero è tempo buttato — e, cosa più grave, è un segnale che manda a tutti gli altri: qui va bene remare contro, basta essere abbastanza indispensabili.

La leva che nessuno usa: alzare l'asticella intorno a loro

Qui arriva la parte più controintuitiva di tutte. La strategia più efficace per far uscire dall'azienda chi la sta danneggiando non è affrontarlo di petto, non è convocarlo, non è nemmeno — nella maggior parte dei casi — licenziarlo con una causa legale.

È inserire persone migliori intorno a lui.

Sembra un paradosso: per risolvere un problema di persone, la soluzione non è concentrarsi sulla persona problematica, ma investire tempo e budget nel selezionare qualcuno di nettamente superiore da mettere accanto a lei. Quando in un reparto arriva qualcuno che lavora con standard alti, che rispetta le regole, che produce risultati senza fare drammi, chi remava contro si trova improvvisamente scomodo. Il contesto che gli permetteva di comportarsi male scompare. E, quasi sempre, comincia a cercarsi da solo un'altra collocazione.

Chiamiamolo l'effetto specchio: le persone di scarso valore non resistono a lungo accanto a standard che non riescono a reggere. Se ne vanno da sole, senza che tu debba gestire un conflitto diretto o rischiare una causa di lavoro.

Questo però richiede un salto mentale enorme per la maggior parte degli imprenditori di PMI, perché va nella direzione opposta all'istinto naturale in un momento di difficoltà economica. Quando i costi pesano, il primo pensiero è «non posso permettermi di assumere altre persone». Ma è esattamente in quel momento che dovresti farlo, perché il costo reale non è lo stipendio della nuova risorsa: è tutto il fatturato, la reputazione e l'energia che stai già perdendo lasciando che chi rema contro resti al comando di una funzione chiave.

I cinque passi prima di arrivare al taglio netto

Prima di pensare a licenziamenti o strappi, il percorso corretto segue una sequenza precisa:

Primo, riconosci con lucidità che, nonostante le pretese e le giustificazioni, questa persona non sta remando nella tua stessa direzione. Non è un giudizio morale, è un dato di fatto operativo.

Secondo, non affrontare la situazione da solo: porta dentro l'azienda almeno una persona di fiducia, capace e allineata, con cui condividere la strategia di cambiamento.

Terzo, comincia a chiedere risultati concreti e il rispetto delle regole, senza più fare eccezioni. Chi è abituato a muoversi senza controlli, quando trova regole chiare comincia a sentirsi a disagio — ed è proprio quello il segnale che il processo sta funzionando.

Quarto, se nulla cambia, togli questa persona da ogni ruolo chiave, anche se questo significa una riorganizzazione scomoda nel breve periodo.

Quinto — il passaggio decisivo — fai selezione seria e inserisci persone di qualità elevata, seguendole tu stesso da vicino nei primi tempi. È questo il motore che fa scattare l'uscita naturale di chi non è allineato.

E in tutto questo percorso vale una regola non negoziabile: non permettere mai, in nessuna fase, che chi sta remando contro danneggi la produttività e il morale di chi invece sta lavorando bene. Proteggere le persone giuste è più urgente che correggere quelle sbagliate.

Facciamo il punto sulla tua situazione

Se leggendo questo articolo hai già in mente uno o due nomi precisi, è un buon segno: significa che la parte più difficile — riconoscere il problema — l'hai già fatta. Il passo successivo è costruire un piano concreto, calibrato sulla tua azienda, la tua struttura e le persone che hai oggi in squadra: capire da dove iniziare, come selezionare le persone giuste da inserire, e come gestire la transizione senza mettere a rischio ciò che già funziona. Questo è il tipo di lavoro che va fatto insieme a chi lo ha già affrontato decine di volte in contesti simili al tuo.

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